Sono a Livigno da una settimana e mi sento rinato.
Non sono venuto per preparare una gara in particolare o per fare un periodo di altura, ma semplicemente per capire se mi piacesse ancora andare in bici.
E, dato che voglio lottare con tutto me stesso per darmi una risposta positiva, avevo bisogno di crearmi delle condizioni favorevoli, andando nel posto che più mi piace per pedalare e allontanandomi da casa, dove non riuscivo più a stare bene.
Una delle condizioni favorevoli che mi sono creato è stata, ad esempio, non portare con me una bilancia per pesare il cibo. Sebbene abbia smesso di contare le calorie, infatti, a tratti tendevo ad impormi di mangiare quantità standardizzate di cibo, che ritengo non sia mai la scelta ottimale rispetto all’ascolto del proprio senso di sazietà.
Dal punto di vista sportivo luglio è stato disastroso. A giugno tra lavoro, ultimi esami in università ,stesura della tesi e allenamenti, riuscivo a tenere occupato tutto il mio tempo ed ero riuscito a tornare in una discreta condizione fisica.
Dopo essermi laureato, all’inizio di luglio, non sono più riuscito ad allenarmi come avrei voluto. Ho avuto un sacco di giorni in cui non riuscivo a smettere di pensare, pensare, pensare e rimuginare sul perché stessi facendo l’opposto di ciò che avrei voluto fare.
Come se avere, all’improvviso, troppo tempo libero avesse creato un vuoto, non colmabile solo con il ciclismo.
In questi giorni sto riflettendo molto su quanto l’ambiente e il contesto extraciclistico influiscano sui risultati sportivi. La risposta che mi sono dato, guardando indietro a tutta la mia “carriera”, è, seppur scontata, molto chiara: tantissimo.
Scrivo “scontata” perché, salvo rari casi, è evidente che se un’atleta non sta bene nella propria quotidianità, farà molta più fatica a rendere al meglio nello sport. Tuttavia credo che a volte sia necessario ricordarlo, per non cadere nell’inganno di pensare che siano i risultati sportivi a dover far star bene nella vita quotidiana.
Ho notato che da quando avevo dieci anni ad oggi, tutti i periodi nei quali ho avuto dei down, in cui mancava la voglia di allenarmi, coincidevano con periodi in cui ero privo di impegni extraciclistici. E per impegni non intendo solamente andare a scuola o lavorare, ma anche frequentare persone che non c’entrino niente con il ciclismo.
Mi sono anche reso conto che, per quanto sia bello pensare isolarmi pensando cosi di riuscire riesca ad allenarmi meglio, e per quanto sia tentato di farlo, in realtà è solo una sensazione effimera e temporanea. Potrebbe funzionare per la prima settimana, il primo mese o addirittura il primo anno ma alla lunga diventa insostenibile.
In passato troppe volte ho commesso l’errore di isolarmi da tutto e tutti, essendone orgoglioso e pensando che fosse la scelta migliore per ottenere risultati. Risultati che, puntualmente, sono sempre peggiorati dopo scelte di questo tipo.
Usando una metafora, scriverei che, da piccolo, giocare a calcio alla “gabbia”, a torso nudo, con i miei amici, contenesse i segni dell’abbronzatura da ciclista, di cui ne andavo profondamente orgoglioso. Diventando più grande però, e allontanandomi da tutto ciò che non fosse strettamente collegato al ciclismo, i segni dell’abbronzatura sono diventati sempre più evidenti, fino a passare dall’essere un motivo di vanto ad essere insopportabili e a volerli eliminare del tutto.
Negli ultimi mesi sto cercando di reimparare ad andare in bici, per la voglia di migliorarmi, e per la sensazione che mi dà essere a tutta, mangiando l’aria. Non per voler avere il segno più marcato possibile.

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