Da quando pratico ciclismo ho dovuto affrontare diversi infortuni, alcuni gravi, altri meno.
Le prime volte in cui ho dovuto interrompere gli allenamenti è stato un dramma: oltre a temere di perdere tutti i progressi per cui avevo lavorato precedentemente, sentivo come se la vita perdesse di senso nella sua interezza non avendo un obiettivo per cui svegliarmi.
Seppur un minimo di sconforto sia naturale, nel corso del tempo credo di aver imparato a reagire meglio agli infortuni. Allo stesso tempo sento di essere ancora molto distante dal riuscire ad affrontare nel modo ottimale un infortunio.
Di seguito troverete qualche consiglio e strategia per elaborarli nel modo migliore. Il tutto è basato esclusivamente sulla mia esperienza.
Distinguerei tre macro-tipo di infortuni:
- Fratture
Rientrano in questa categoria tutti gli infortuni che comportano danni alle ossa. - Lesioni muscolari e tendinee
Comprendono tutti gli infortuni che coinvolgono muscoli e tendini. Possono variare da una semplice contrattura, generalmente meno grave, fino a uno strappo muscolare o a infiammazioni tendinee più importanti. - Contusioni, ematomi ed escoriazioni
In questo gruppo includo i piccoli infortuni e gli effetti collaterali tipici delle cadute: contusioni, ematomi, abrasioni, fastidi legati al contatto con la sella e le comuni “botte”.
Fratture
Ritengo che le fratture siano, dal punto di vista mentale, la tipologia di infortunio più semplice da gestire.
Sebbene possano comportare periodi di convalescenza anche piuttosto lunghi, fin dalle prime fasi i tempi di recupero sono ben definiti e, di conseguenza, quando sarà possibile tornare in bici.
Nel caso di fratture non particolarmente gravi, come ad esempio quelle alla clavicola, è spesso possibile riprendere a pedalare sui rulli in tempi brevi. Al contrario, fratture più complesse che coinvolgono strutture ossee importanti (ad esempio bacino) richiedono tempi di recupero molto più lunghi. Anche se non è possibile tornare in sella in tempi brevi, è quasi sempre possibile dedicarsi ad esercizi di riabilitazione e quindi avere obiettivi quotidiani. Chiaro è, che degli esercizi di riabilitazione non possano dare la soddisfazione e le endorfine che si hanno in seguito ad un’allenamento lungo in bici, ma aiutano ugualmente a focalizzare l’obbiettivo futuro e lavorare seguendo una strada tracciata
Lesioni muscolari e tendinee
Ritengo che gli infortuni muscolari e tendinei siano i più difficili da affrontare dal punto di vista mentale. Innanzitutto perché spesso insorgono nel pieno della preparazione quando i carichi sono elevati e si sta lavorando in funzione di un a gara futura. Proprio per questo motivo, un’eventuale interruzione degli allenamenti risulta molto più difficile da accettare rispetto ad uno stop che avvenga in altri momenti della stagione.
Raramente si manifestano con un dolore improvviso e netto: nella maggior parte dei casi il fastidio inizia con una sensazione lieve, quasi trascurabile, aumentando lentamente nel tempo. Si affronterà poi ogni allenamento con la paura di sentire dolore, paura che puntualmente si concretizza.Lo stadio finale di questa escalation si raggiunge quando il dolore diventa talmente intenso da rendere lo stop inevitabile.
Di infortuni di questo tipo ne ho avuti molti e troppe volte ho commesso l’errore di non fermarmi per tempo.
Riflettendo sui motivi per cui, pur consapevole che sarebbe stato opportuno riposare, continuavo ad allenarmi fino ad aggravare la situazione, sono giunto a una conclusione: avevo paura che il dolore non fosse “reale”, ma soltanto una scusa che inconsciamente mi stavo concedendo per evitare l’allenamento a causa della stanchezza.
Con il tempo ho compreso che il punto è proprio questo: gli infortuni da sovraccarico tendono a presentarsi quando il livello di affaticamento è tale da far venir meno la voglia di allenarsi. Paradossalmente, una scarsa motivazione all’allenamento può essere uno dei primi segnali di un infortunio imminente.
Una volta arrivati a questo punto il danno è fatto, ma come uscirne senza impazzire? Non ritengo che il riposo assoluto sia la soluzione migliore, o quantomeno solo in una fase iniziale di dolore acuto e non per periodi prolungati di mesi, come talvolta mi è stato prescritto. Nella maggior parte dei casi, per problemi muscolari o tendinei credo che la miglior cura sia svolgere esercizi in palestra affiancati da un fisioterapista. Almeno per me, questa è sempre stata la miglior soluzione.
Questo periodo è probabilmente il più stressante per uno sportivo. Ci si può allenare poco, spesso esclusivamente in palestra, ma è comunque fondamentale farlo. Sarebbe molto più semplice scegliere il riposo totale fino alla completa scomparsa del dolore. Tuttavia, mi è capitato spesso di notare che, così come il dolore è comparso gradualmente, allo stesso modo tende ad attenuarsi lentamente. Ogni allenamento diventa una sorta di test su quanto ci si possa spingere senza sentire dolore e l’ansia di voler tornare ad allenamenti più corposi è il peggior errore che si possa commettere in questi casi.
A questo si aggiunge il rischio che si inneschi un circolo vizioso: la paura del dolore può generare il dolore stesso. Nelle prime uscite in bicicletta dopo una lesione muscolare o un’infiammazione tendinea, mi è spesso capitato di non riuscire a distinguere se le sensazioni percepite fossero dolore reale o semplicemente la paura di provarlo.
Come si può intuire, si tratta di un periodo di forte stress, al punto che talvolta si va a dormire sperando che, al mattino, il primo passo fuori dal letto non sia accompagnato da dolore.
È una cosa già detta e ridetta, ma credo che in questi momenti uno degli aspetti più importanti per mantenere un certo equilibrio sia avere obiettivi e interessi al di fuori del ciclismo, che si tratti dello studio, del lavoro o di altre passioni.
Purtroppo, almeno per me, questo non è sempre stato sufficiente. Nei periodi di infortunio, invece di sfruttare il tempo per dedicarmi di più allo studio, spesso finivo per fare ancora meno, entrando in una sorta di stato di apatia e disinteresse generale.
Alla fine io ne sono sempre uscito grazie a due metodi:
- Pensare che il dolore non può durare per sempre, per quanto possa essere lungo il periodo di stop forzato prima o poi il dolore finirà.
- Uscendo più spesso con amici che non avessero nulla a che fare con il ciclismo. Un modo per ristabilire un contatto con la realtà, vedere che ognuno ha i suoi problemi e che ci sono cose ben più gravi di un infortunio che possono accadere nella vita.
Nota positiva: avendo provato lo stress e l’incertezza che accompagnano un periodo in cui si è costretti a riposo forzato, non ho mai provato particolari stress per esami, interrogazioni, od altro a scuola. Ricordo che circa un mese prima della maturità feci una brutta caduta che mi comporto una lussazione a livello del gomito. In quel periodo, la mia principale preoccupazione non era tanto l’esame imminente, quanto il riuscire a recuperare il più rapidamente possibile da quell’infortunio.
Ematomi, escoriazioni,”botte”.
Questa è l’unica categoria di infortuni per la quale ritengo che la scelta migliore sia esclusivamente il riposo assoluto. Per quanto una contusione o un’escoriazione possano essere dolorose, raramente il dolore intenso persiste oltre i sette giorni. Nel corso di una stagione,anche nel peggiore dei casi, una settimana di stop ha un impatto minimo sul rendimento complessivo.
Sforzarsi ad uscire cercando di ignorare il dolore in questi casi è un azzardo: può andare tutto bene, come può essere che nel tentativo di compensare il dolore, si inneschino alterazioni della postura o del gesto atletico, con il rischio di sviluppare infiammazioni tendinee e problematiche ben più serie.
In questi casi bisogna essere abbastanza forti mentalmente da vedere il processo di allenamento sul lungo periodo e non nell’immediato.
Alimentazione ed infortuni
Spesso i periodi di riposo forzato coincidono anche con le fasi in cui il rapporto con il cibo diventa più complesso. Si passa da settimane con un dispendio energetico molto elevato, anche con una media di 4.000–5.000 kcal al giorno, a periodi di inattività in cui si consuma una media di 1.500–2.000 kcal giornaliere.
In queste situazioni è normale che, soprattutto nei primi giorni, si tenda a mangiare più del necessario. Personalmente, non considero questo un vero problema. Diventa invece problematico sia l’atteggiamento opposto, ovvero lo sforzarsi di mangiare il meno possibile, sia l’eccesso incontrollato del tipo “non mi alleno, quindi mi lascio andare completamente”.
In entrambi i casi, credo che la difficoltà non nasca esclusivamente dall’ infortunio. Più spesso si tratta di problemi già presenti da tempo, che tendono semplicemente a emergere durante i periodi di inattività.
Dunque la soluzione non dovrebbe limitarsi a giustificare abbuffate o restrizioni estreme come normali sfoghi legati al nervosismo, ma richiedere piuttosto una riflessione più profonda sulle abitudini e sull’equilibrio costruito nel tempo.

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